Negli ultimi giorni sta circolando, tra HR e uffici del personale, una comunicazione diffusa da una società di consulenza del lavoro che commenta una recente pronuncia della Corte di Cassazione in materia di certificati di malattia e ripartizione dell’onere della prova.
Le considerazioni presenti nella comunicazione risultano, però, parziali e soprattutto rischiano di creare cortocircuiti operativi nelle aziende chiamate a gestire situazioni concrete molto più complesse rispetto a quanto descritto in modo teorico.
Malattia e condotta: due piani diversi
Si ritiene doveroso specificare che la recente pronuncia della Cassazione (Ord. n. 8738/2026) non deve essere interpretata come una presa di posizione netta a favore della “intangibilità” del certificato medico, né come un ridimensionamento generalizzato del ruolo delle indagini investigative nei casi di assenteismo.
Il certificato medico: valore probatorio sì, ma non assoluto
È corretto affermare che il certificato medico regolarmente emesso abbia una forte valenza probatoria e non possa essere disconosciuto sulla base di semplici indizi.
Tuttavia, questo principio non può essere interpretato come una forma di “immunità” del certificato stesso.
Un certificato può infatti risultare formalmente corretto ma sostanzialmente viziato da un’alterazione o da un abuso del reale stato di malattia da parte del dipendente. Il punto non è mettere in discussione, a priori, la correttezza del medico certificatore che opera sulla base delle informazioni disponibili al momento della visita , bensì verificare se la realtà fattuale sia coerente con quanto dichiarato.
Quando l’evidenza dei fatti, acquisita tramite attività investigativa svolta da agenzie autorizzate, evidenzia comportamenti incompatibili con lo stato di malattia dichiarato, non solo è legittimo, ma risulta doveroso attivarsi sotto il profilo disciplinare, avviando tempestivamente le procedure di contestazione a fronte di condotte oggettivamente incongruenti.
Tale intervento non rappresenta esclusivamente una verifica dell’abuso, ma assume anche una funzione preventiva e dissuasiva, contribuendo a scoraggiare condotte analoghe e a rafforzare il rispetto delle regole all’interno dell’organizzazione.
In questo senso, l’attività investigativa svolge una funzione articolata: tutela l’azienda da comportamenti scorretti debitamente dimostrati, contribuisce a garantire la corretta erogazione delle indennità INPS sostenute anche dalla collettività, scoraggia fenomeni analoghi e tutela la buona fede del medico certificatore, che può essere indotto in errore da una rappresentazione non veritiera dello stato di salute.
Va inoltre considerato un ulteriore profilo spesso trascurato: l’attività di verifica contribuisce a tutelare anche la maggioranza dei dipendenti che operano correttamente. La mancata gestione degli abusi può infatti generare squilibri organizzativi, sovraccarichi di lavoro e un diffuso senso di ingiustizia interna, con impatti diretti sul clima aziendale.
Investigazioni: davvero “semplici indizi”?
Uno degli aspetti più discutibili della comunicazione è la riduzione dell’attività investigativa a un insieme di “indizi”.
Chi opera sul campo sa che non è così.
Le indagini svolte da agenzie autorizzate non sono impressioni né valutazioni soggettive, ma attività strutturate, documentate e spesso articolate su più giorni, supportate da evidenze video, fotografiche e da ricostruzioni coerenti dei comportamenti osservati.
Non a caso, nella pratica operativa, sono frequentemente le stesse agenzie investigative a sconsigliare interventi quando non emergono elementi solidi, soprattutto in presenza di comportamenti meramente sociali o ricreativi.
Parlare di “indizi” in questo contesto significa non comprendere — o fingere di non comprendere — la differenza tra percezione e prova.
Soprattutto, significa ignorare un punto essenziale: queste evidenze non servono necessariamente a dimostrare l’inesistenza della malattia, ma possono costituire la base per contestazioni disciplinari autonome, fondate sull’abuso dello stato di malattia.
La realtà operativa (che spesso resta fuori dalle circolari)
C’è poi un aspetto che raramente emerge nelle letture teoriche: il funzionamento concreto dei controlli.
Le visite fiscali INPS rappresentano uno strumento fondamentale, ma non coprono l’intero spettro delle situazioni. Il lavoratore può rispettare le fasce di reperibilità, ottenere proroghe del certificato e risultare formalmente regolare, continuando però a svolgere attività incompatibili al di fuori di tali finestre.
In questi casi, in assenza di un’attività investigativa, la verifica sostanziale diventa di fatto impossibile.
Affidarsi esclusivamente ai controlli istituzionali significa accettare un’area grigia che, nei fatti, limita significativamente la capacità di intervento dell’azienda.
È proprio in questo spazio che le indagini investigative non si sostituiscono alla prova medico-legale, ma ne costituiscono spesso il presupposto logico e operativo.
Un equilibrio che tutela tutti
L’attività di verifica non ha solo una funzione repressiva.
Contribuisce a tutelare l’azienda da comportamenti scorretti, a garantire la corretta erogazione delle indennità, anche da parte della collettività, e a preservare l’equilibrio organizzativo interno.
Ma non solo.
Tutela anche la posizione dei lavoratori che operano correttamente e, non da ultimo, la buona fede del medico certificatore, che può essere indotto in errore da una rappresentazione non veritiera dello stato di salute.
In questo senso, l’attività investigativa, oltre a tutelare l’azienda, contribuisce alla correttezza del sistema, scoraggia condotte analoghe e protegge, indirettamente, anche il medico e i lavoratori corretti.
Separatamente, va considerato un ulteriore profilo spesso trascurato: la mancata gestione degli abusi genera sovraccarichi di lavoro e un senso diffuso di ingiustizia interna, con impatti diretti sul clima aziendale.
Il vero rischio di questa lettura
Il rischio non è teorico. È operativo.
Trasformare un principio giuridico corretto in una sorta di invito alla passività significa, nei fatti, privare le aziende di strumenti essenziali per gestire gli abusi.
Significa, in concreto, rinunciare a qualsiasi verifica sostanziale dei comportamenti.
L’equilibrio non è tra certificato medico e investigazione, ma tra documentazione sanitaria, osservazione fattuale e quando necessario, accertamento tecnico.
Cosa emerge in conclusione
La pronuncia della Cassazione ribadisce principi condivisibili, ma non può essere interpretata in modo astratto e disancorato dalla realtà operativa.
In questo equilibrio, l’attività investigativa non rappresenta un elemento accessorio, ma uno snodo essenziale: quello che consente di trasformare un sospetto in un fatto, e un fatto in un’azione legittima.
Il resto è una semplificazione.
E, come spesso accade, le semplificazioni funzionano bene nei documenti. Molto meno nella realtà.
Poi c’è un ultimo aspetto, meno tecnico ma interessante.
A fronte del documento di cui abbiamo parlato, pare evidente che, in alcune aree del Paese, dove il tema dell’assenteismo rappresenta da anni una criticità concreta, certe prese di posizione facciano riflettere più di altre.
Perché è spesso proprio quando i fenomeni iniziano a essere osservati e documentati che cresce il fastidio verso gli strumenti che li rendono visibili e, non a caso, è proprio in quel momento che le investigazioni diventano, improvvisamente, “inutili”.