Nel tentativo – del tutto legittimo – di contrastare gli abusi sui permessi lavorativi, soprattutto quelli legati alla Legge 104/92, molti enti pubblici stanno adottando strumenti investigativi. È un segno dei tempi: anche il settore pubblico si affida sempre più a professionisti del settore per monitorare eventuali comportamenti scorretti dei dipendenti.
Ma c’è un errore comunicativo ricorrente che rischia di vanificare tutto.
È infatti ormai prassi piuttosto diffusa tra molte amministrazioni pubbliche quella di annunciare formalmente – e con largo anticipo – non solo l’avvio delle attività investigative, ma anche il nome dell’agenzia privata incaricata.
Una comunicazione inviata a tutto il personale e alle organizzazioni sindacali, che nasce da un principio di trasparenza, ma che di fatto rischia di compromettere l’efficacia dell’indagine stessa.
Perché avvisare chi potrebbe abusare dei permessi che sarà oggetto di controlli? Perché svelare i dettagli dell’operazione, esponendo l’agenzia e rendendola riconoscibile sul territorio?
Nel tentativo di rispettare il principio d’informazione, si finisce per neutralizzare strumenti pensati per tutelare la legalità e il corretto impiego delle risorse pubbliche. Ecco perché, in casi come questo, la trasparenza può diventare un vero boomerang.
Perché è un problema?
Chi conosce il settore investigativo sa bene che la riservatezza è la condizione essenziale per il successo di ogni indagine. Quando le amministrazioni rendono pubblica la natura dei controlli e l’identità dell’agenzia incaricata, accadono tre cose molto rischiose:
1. L’efficacia investigativa viene meno
Se i soggetti potenzialmente sleali sanno in anticipo di essere osservati, è naturale che adegueranno il loro comportamento, almeno temporaneamente, per evitare di essere scoperti. In pratica, la finestra d’osservazione si chiude prima ancora di aprirsi, e ciò che l’investigatore rileverà non sarà mai un comportamento genuino, ma una versione artificiosamente corretta.
2. Gli operatori vengono esposti
Divulgare il nome dell’agenzia investigativa significa esporre i suoi operatori a un rischio concreto: quello di essere riconosciuti, seguiti o persino ostacolati nell’esercizio delle loro funzioni. In alcuni casi, l’agenzia rischia di non poter più operare in quella zona, poiché i volti dei suoi collaboratori diventano noti, e la loro presenza sul campo perde ogni valore strategico.
3. Si offre un vantaggio alla difesa
Le comunicazioni troppo dettagliate diventano armi in mano agli avvocati dei dipendenti indagati. È facile, in sede giudiziaria, sollevare eccezioni sulla validità delle prove raccolte, sostenendo che le azioni osservate non erano spontanee ma condizionate dalla consapevolezza di essere monitorati. Il rischio è che tutto il lavoro svolto venga invalidato, con danno economico e d’immagine per l’ente.
Comunicare sì, ma con equilibrio
Informare i lavoratori dell’attivazione di controlli investigativi non è obbligatorio, quando si tratta di indagini mirate ad accertare possibili abusi su permessi retribuiti (come quelli ex Legge 104/92), assenze per malattia, infortuni sospetti, permessi sindacali o altre situazioni giustificate solo formalmente.
Lo ha ribadito anche la Corte di Cassazione (sentenza n. 15094 del 13 giugno 2018), affermando la piena legittimità del ricorso a investigatori privati – anche nel pubblico impiego – purché le indagini siano proporzionate, motivate da sospetti concreti e condotte nel rispetto della privacy.
In questi casi, non vi è alcun obbligo di preavviso al lavoratore: non è necessario comunicare strumenti, modalità, tempistiche e tantomeno il nome dell’agenzia incaricata. Anzi, fornire questi dettagli può compromettere l’intera attività, esponendo gli operatori e vanificando gli obiettivi dell’indagine.
Limitarsi a una comunicazione generica, senza entrare nei dettagli operativi, non solo è legittimo, ma è anche un atto di tutela verso l’interesse pubblico. In gioco c’è la salvaguardia dell’efficacia investigativa, la sicurezza degli incaricati e la credibilità dell’ente che intende contrastare comportamenti sleali.
Gli investigatori lavorano per tutelare l’ente, non per ostacolarlo
I professionisti delle investigazioni aziendali e sul lavoro operano nel pieno rispetto delle leggi, ma hanno bisogno di un margine di manovra operativo che garantisca discrezione, invisibilità e tempismo.
Ogni esposizione indebita indebolisce l’intervento e, nei fatti, rende vano lo sforzo dell’ente che ha deciso di investire risorse per tutelare se stesso e il proprio personale corretto.
Trasparenza sì, ma senza compromettere l’efficacia delle indagini
Un’investigazione annunciata in modo eccessivamente dettagliato perde di efficacia ancor prima di cominciare. Il rischio è quello di tutelare indirettamente chi adotta comportamenti scorretti, penalizzando chi agisce con correttezza e senso del dovere.
La trasparenza resta un valore irrinunciabile, ma deve essere esercitata con intelligenza operativa e visione strategica. In ambiti delicati come il controllo sull’uso di permessi e assenze giustificate, gli enti pubblici sono chiamati a trovare un equilibrio: comunicare in modo chiaro e legittimo, senza compromettere l’efficacia degli strumenti di tutela a loro disposizione.
Evitare gli eccessi comunicativi non significa oscurità o opacità, ma responsabilità e protezione dell’interesse pubblico.